La discriminazione sul posto di lavoro

La discriminazione consiste nel trattare una persona diversamente sulla base di una caratteristica che le appartiene: può essere il genere, l’orientamento sessuale, la religione, l’opinione politica, insomma qualsiasi fenomeno che consista nella diversità di trattamento giustificata da un motivo illecito.

L’articolo 3 della Costituzione sancisce l’uguaglianza del trattamento e questo è un principio generalissimo che dovrebbe essere rispettato in ogni contesto.

Le discriminazioni per diversi motivi avvengono oggigiorno in qualsiasi contesto, qui vogliamo analizzare che cosa si intenda per discriminazione sul lavoro, quale sia la disciplina a riguardo, e soprattutto come ci si possa difendere dalla discriminazione.

La Corte Costituzionale italiana – ma anche e soprattutto la Corte di Giustizia dell’Unione Europea – negli ultimi anni hanno analizzato la questione della discriminazione, sviluppando importanti interventi giurisprudenziali in questa materia e favorendo la creazione di un sistema comune a quasi tutti gli stati dell’Unione Europea ed introducendo nuove forme di discriminazione, come quella per l’handicap, o per le convinzioni personali, o per l’età.

L’elenco delle discriminazioni non è però tassativo, bensì suscettibile di estensione.

Le tipologie di discriminazione

Possiamo in primo luogo distinguere due fondamentali tipologie di discriminazione, nel nostro caso sul luogo di lavoro:

  • Discriminazione diretta: consiste nella diversità di trattamento basata direttamente su un motivo illecito. Per esempio, un annuncio di lavoro che sia rivolto in maniera specifica a ‘Uomini di colore’ risulta discriminante per le donne e per tutti gli uomini non di colore. Questa è una discriminazione diretta.
  • Discriminazione indiretta: in questo caso la discriminazione non si rivolge direttamente al motivo illecito, ma utilizza un criterio di scelta che è solo apparentemente neutrale per creare una discriminazione. Per esempio se si specifica in un annuncio di lavoro che si cercano solo persone alte più di un metro e ottanta, anche se non sembra che ci sia una discriminazione, essendo in genere le donne meno alte di questo parametro potrebbe concretizzare una discriminazione indiretta verso le donne.

La disciplina europea ha introdotto anche altri concetti nella normativa anti discriminatoria, come per esempio il concetto di molestia (ogni comportamento indesiderato, motivato da fattori discriminatori, che ha lo scopo o l’effetto di violare la dignità della persona e creare un clima degradante, umiliante, offensivo).

Esiste anche la discriminazione c.d. multipla o doppia, cioè quando un soggetto venga discriminato per più fattori.

Le cause di giustificazione

discriminazione sul lavoroNon sempre un trattamento di per sé discriminante è per questo perseguibile dalla legge. Esistono quindi delle cause di giustificazione per cui se un certo comportamento trova una proporzionata ed adeguata giustificazione esso non rappresenta un illecito.

Le discriminazioni dirette non costituiscono un comportamento illecito se il fattore richiesto (una certa età, l’appartenenza ad un certo genere, l’adesione ad un credo religioso) consiste in un requisito ‘essenziale e determinante’ per lo svolgimento di una attività lavorativa, sempre che il trattamento sia caratterizzato da adeguatezza e proporzionalità.

Per esempio, per l’ingresso nelle forze armate o di polizia può essere richiesta una determinata altezza. Ciò non costituisce discriminazione.

I limiti di età possono essere accettati per fissare uno standard professionale, o per preservare l’occupazione e l’inserimento dei giovani, degli anziani, ecc.

I soggetti della discriminazione

Soggetti passivi della discriminazione possono essere il lavoratore subordinato, quello autonomo, o quello para-subordinato.

Il soggetto attivo della discriminazione non è fissato dalla legge. In genere è il datore di lavoro ma possono anche essere altri soggetti (per esempio i colleghi).

La tutela giurisdizionale contro la discriminazione

In molti casi i lavoratori hanno paura di denunciare le discriminazioni che subiscono per paura di ritorsioni. Tuttavia bisogna sapere che la disciplina in tema di discriminazione è una delle più severe in assoluto nei confronti dei datori di lavoro.

Se il lavoratore si percepisce discriminato, o se crede che la propria candidatura sia stata scartata per un motivo discriminatorio – o di essere stato licenziato per lo stesso motivo – la soluzione migliore è quella di affidarsi ad un avvocato giuslavorista.

la tutela del lavoratoreL’obbiettivo è quello di giungere prima ad un tentativo di mediazione, e di ottenere un provvedimento di cessazione del comportamento discriminatorio.

In ogni caso il soggetto che si assume discriminato deve produrre tutte le prove sia testimoniali che documentali che possano mostrare che la propria domanda è fondata.

L’onere di dimostrazione dell’inesistenza di una discriminazione, o dell’aver fatto tutto il possibile per evitarla, ex lege spetta in capo al datore di lavoro.

La discriminazione sul lavoro non è più un reato, in seguito al decreto di depenalizzazione in materia di lavoro e di legislazione sociale, ma è stato trasformato in un illecito amministrativo. Chi ne è riconosciuto colpevole viene condannato a pagare una sanzione pecuniaria, però più alta rispetto a quella prevista in passato, compresa fra i 5mila ed i 10mila euro a seconda della gravità del caso, qualsiasi sia il fattore di discriminazione al quale si fa riferimento.

Il licenziamento discriminatorio

Non solo il trattamento o la mancata assunzione possono essere discriminatori, ma anche il licenziamento può essere discriminatorio.

Il licenziamento discriminatorio è intimato da motivi del genere del lavoratore, della sua appartenenza ad una fede religiosa, ad un sindacato, da motivi razziali, di handicap, di età, o delle sue convinzioni personali.

Il licenziamento discriminatorio, secondo anche la Cassazione, è nullo indipendentemente dalle motivazioni addotte da parte del datore di lavoro nel provvedimento di risoluzione; non conta se il datore di lavoro non aveva intenzioni di ritorsione nei confronti del lavoratore.

Il licenziamento discriminatorio è disciplinato nell’articolo 15 dello Statuto dei Lavoratori, e si tratta di quello ‘intimato a causa dell’adesione del lavoratore a un’organizzazione sindacale o per ragioni religiose, politiche, di sesso e di razza, o basato sull’orientamento sessuale o le convinzioni personali’. Il licenziamento discriminatorio, come abbiamo detto, è sempre nullo.

Bisogna far ricorso al giudice riferendo ogni circostanza di prova circa l’essere stati vittima di un atto discriminatorio. Il lavoratore può richiedere un risarcimento pari alle mensilità che non ha ottenuto dal momento del licenziamento al reintegro eventuale. Infatti il Jobs Act prevede, nei confronti di coloro che abbiano subito un licenziamento discriminatorio, una tutela reale quindi con risarcimento.

Il reintegro può essere richiesto in caso di licenziamento nullo per ragioni di legge o inefficace (come quello che viene perpetrato oralmente, giacché la forma scritta è indispensabile).

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